Cloud Computing: origini, millantate paternità e il perché di qualche scetticismo

Cloud Computing: origini, millantate paternità e il perché di qualche scetticismo

Da cosa ha origine il Cloud Computing e a chi viene attribuita la sua paternità? Perché è una scoperta così rivoluzionaria? Perché c’è ancora dello scetticismo nei suoi confronti?

Molte sono le curiosità che gravitano intorno al Cloud da qualche anno a questa parte. Non sempre, però, le risposte a queste domande sono esaustive e abbastanza attendibili. Noi di vmengine.net abbiamo provato a ragionarci un po’ su e a rispondere nel modo più esaudiente e corretto possibili.

Procediamo con ordine. Da quale tipo di esigenza trae origine questo modello di business efficace ed efficiente sul quale però c’è ancora un po’ di scetticismo?

Il Cloud Computing ha origine da un problema, ovviamente. Il problema originale è l’information technology che oggi è un costo, non più un valore come poteva essere considerato una volta. Qualsiasi tipo di azienda ha a che fare con un’infrastruttura informatica, che sia una piadineria della romagna o una grossa multinazionale americana.

Poniamo il caso che un’impresa, anche di piccole dimensioni, per qualsiasi motivo, abbia un successo inaspettato (un “grosso” cliente che si affaccia alla porta, oppure il sito web che diventa improvvisamente popolare perché un giornale ne sta parlando) è necessario che l’infrastruttura sia “scalabile”, cioè capace di aumentare in maniera rapida quanto richiederebbe la situazione, evitando il rischio di perdere oppurtunità o clienti nel peggiore dei casi. Il successo dell’azienda non riesce a esprimersi in tutta la sua gloria perché l’infrastruttura non regge i ritmi di espansione, di incremento di queste capacità. Questi problemi si risolvono solo se l’infrastruttura riesce a essere flessibile. Ecco il motivo per cui il cloud computing oggi è una scoperta rivoluzionaria.

Ma a chi dobbiamo la paternità di una così importante invenzione?

Il primo a fare accenno al Cloud Computing fu Zio John McCarthy,informatico statunitense padre dell’intelligenza artificiale che nel 1961 al centenario del MIT, disse che il metodo time-sharing potrà condurre a un futuro dove la potenza dei calcolatori e delle applicazioni potranno essere vendute secondo il modello economico dell’utilità, come per l’acqua e l’elettricità.

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Secondo Wikipedia la più grande enciclopedia virtuale, l’invenzione del cloud computing viene attribuita a Joseph Carl Robnett Licklider, il quale nel 1960 creo’ un progetto chiamato ARPANET per connettere le persone e i dati da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento.

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In Italia, in ambiente accademico la paternità del cloud computing viene attribuita ad Agostino Sibillo, considerato dalle università americane tra i cento inventori più importanti del XXI secolo nonché candidato al Nobel per l’Economia. L’ultima sua creatura (ha all’attivo oltre 62 brevetti dati in licenza al 95 per cento delle società informatiche di tutto il mondo) si chiama Spychatter, un’app, da poco lanciata negli Usa, che permette di nascondere all’interno della rete internet file, dati o informazioni. Su una mappa del mondo, l’utente può decidere di spostare file e archivi a un indirizzo, senza che alcuno possa intercettarlo. Dai calcoli fatti dal programmatore, se qualcuno decidesse di sondare la mappa fino a recuperare i dati impiegherebbe 862 anni di tentativi.

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A chi appartiene l’invenzione del Cloud, però, non è importante come capire, e quindi superare, lo scetticismo che di tanto in tanto gravita su questo modello di business quanto mai performante. La tutela della privacy è lo scalino più grande.

“Il problema del Cloud Computing non è la tutela della privacy in quanto tale, il vero problema è rappresentato dai Big Data e dai colossi dell’informatica che fanno a gara per accaparrarseli. Per questo è necessario pensare alla privacy come bene giuridico”.

Queste sono le parole di Agostino Sibillo intervenuto durante la sua lectio all’università telematica “Pegaso” dal titolo “Il Cloud Computing: problemi tecnici e prospettive giuridiche”.

Attualmente non esistono normative ad hoc per la protezione dei dati personali legata al Cloud Computing. In Italia anche il Garante della Privacy si è pronunciato a tal proposito senza però fornire utili soluzioni, se non quella di “prestare attenzione”.

Sul sito ufficiale dell’Authority si legge:

“In attesa di una normativa nazionale e internazionale aggiornata e uniforme, che permetta di governare il fenomeno senza rischiare di penalizzare l’innovazione e le potenzialità di sviluppo delle “nuvole” informatiche, è necessario che le imprese e la pubblica amministrazione prestino particolare attenzione ai rischi connessi all’adozione dei servizi di cloud computing, anche in relazione agli aspetti di protezione dei dati personali”.

Prestare attenzione sembra, quindi, l’unica soluzione per non “cadere dalle nuvole”.

 

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